Morale e improvvisazione

Marzo 6, 2009

“In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell’intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l’essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui.”

Sono parole di Alessandro Baricco in un articolo di giornale. Mi piace riportarle qui perchè mi sembrano una buona formulazione di ciò che io intendo per “improvvisazione morale”.


Il diario come funerale della realtà

Gennaio 19, 2009

Chi sente il bisogno di tenere un diario, generalmente, non lo fa per spirito archivistico, ma per un bisogno spirituale. Il tempo che passa e che, in un certo senso, sparisce, può lasciare, infatti, il cuore turbato.
Nel diario, di questo tempo andato, se ne dà una sepoltura. Io chiamo questa attività il “funerale della realtà”. Un rito di separazione, ricordo e immortalità. Scrivendo ci liberiamo del passato, lo trasformiamo in periodo, che seppelliamo fra pagine che, in genere, non sentiamo il bisogno di leggere.
Chi scrive sa che la gioia del diario è spesso finire la prima stesura, per poi guardarsi intorno cogliendo il mondo, rigenerato, che a volte sembra di vedere come se fosse la prima volta.


Arianna

Novembre 5, 2008

aria

Arianna tiene in braccio Andrea. Alcuni momenti prima Arianna misurava meno di 200 micrometri. Si può quantificare il peso di micrometro? Immagino di sì, ma oggi non mi sento in vena di controlli.
In ogni caso Arianna era già nel potere di commuoverci, questo posso non controllarlo.


Immagine e riti apotropaici

Ottobre 30, 2008

Sul coraggio (aggiornato)

Ottobre 21, 2008

Per qualche motivo che ancora non conosco [1], facciamo meno fatica a rischiare la vita per gioco che per davvero.

Nella foto, 29 settembre 2008, James Pearson nella prima salita di Walk of life, 7a, E12; in stile tradizionale. Secondo alcuni osservatori una delle vie più difficili e pericolose al mondo.via

[1] Ripensandoci parrebbe che il motivo sia che sia più “facile” rischiarla per gioco che per davvero. Potrebbe dipendere dalla differenza fra rischio e pericolo. Il primo si riferirebbe al gioco, il secondo alla vita. E’ curioso notare come, di fatto, sembrerebbe più facile perdere la vita per gioco che per davvero.

Aggiornamento

1 . Aggiunta la nota uno.


Sull’abbandono

Ottobre 21, 2008

L’abbandono nasce, cresce e muore nell’illusione di aver qualcosa di meglio da fare.


La ribellione elegante

Ottobre 21, 2008



Nella foto. Un momento della lezione di Fisica con il professor Omar Benhar, stamani in piazza Montecitorio a Roma, per protestare contro i tagli della legge finanziaria su istruzione e ricerca.

via


Sull’odio

Ottobre 21, 2008

Non mi è servito molto per capire le conseguenze dell’odio. Ma quasi trent’anni per capirne il perché. Odiamo per non sentirci soli.


Rischio e incertezza

Ottobre 21, 2008

Incertezza = non puoi valutare ragionevolmente le probabilità che si riferiscono alla realizzazione delle diverse possibilità.

Rischio = Pur essendoci un rischio, esso può essere calcolato.


Biologia dei mercati

Ottobre 20, 2008

Una meditazione di Giorgio Nebbia, sufficientemente laica da essere illuminante, che descrive i mercati con metafore biologiche. Elegante.


Amarcord, quando eravamo climber

Ottobre 15, 2008

Ritrovato negli archivi di youtube un video montato un paio di anni fa, prima che la migrazione in Olanda appiattisse tutto!


Film, Gummo

Settembre 5, 2008

Con svariati anni di ritardo ho visto Gummo, rinomato film di Harmony Korine (lo sceneggiatore di Kids). Mi è piaciuto sì e no, e me ne sono fatto un giudizio doppio e abbastanza netto. E’ un film patinato ma allo stesso tempo profondo, superficiale e decorativo eppure intuitivo e poetico.

A voler esser cattivi, lo si potrebbe liquidare come film confezionato per diventare culto ai party universitari. Pretenzioso, alternativo nella misura in cui è portatore di un’estetica originale, ma autoreferenziale, pittato e in fondo carnevalesco nelle trovate più visionarie, come il bambino coniglio.

Inutile perdere tempo a cercare simbolismi, la cultura visiva è quella debordante del magazine lifestyle, fatta di esagerazioni che non cercano giustificazione.

Come dicevo però, questo appena descritto non è che il primo strato del film, la carta con cui è confezionato e viene venduto.

Sotto c’è qualcosa di più di un regista fighetto e introverso che pretende di farsi apprezzare senza esporsi ed essere se stesso. Al di là del manierismo e il glam pseudotutto, c’è una sensibilità vera, turbata e turbante, acerba e in parte inconsapevole.

Ecco allora tutto lo scenario postdisastro di un tornado che non ha solo distrutto i muri delle case, ma anche i muri mentali che contenevano la abnormità degli abitanti della cittadina di provincia in cui è ambientato il film.
E’ un’America profonda, deviata, morbosa, ma disperatamente e irriducibilmente umana (a tratti mi ha ricordato Freaks di Tod Browning).

Un’ultima osservazione sul modo in cui viene proposta la violenza. E’ un film violento, non c’è che dire, ma la violenza finisce di venire rappresentata nell’atto di compiersi senza mostrarne le conseguenze (i fratelli che si picchiano in faccia e continuano a ridere, il bambino coniglio “ammazzato” con pistole giocattolo che sparano a salve, il giornalista di gossip molestatore, ecc). Unica eccezione, la violenza contro gli animali: i gatti vengono trucidati e mostrati sino alla sovraesposizione.

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Due o tre cose sullo Zimbawe

Settembre 4, 2008
Zimbabwe in Crisis
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Stronzi dietro un vetro

Luglio 31, 2008

Le regole – restrittive per definizione – possono diventare disumane quando si appoggiano alla tecnologia per funzionare meglio.

E’ stata un’impiegata delle ferrovie olandesi a dimostrarmi questo problema con esemplare chiarezza. Per questo, nonostante la signora mi abbia trattato con la delicatezza che si riserva in genere alle merci del porto, io la devo ringraziare per avermi insegnato una cosa nuova.

Piccolo aneddoto:

Dovete sapere che la stazione di Amsterdam è stata recentemente rinnovata e ora dispone di una biglietteria dallo stile futuribile e a suo modo molto elegante.

Entrando, un addetto alle informazioni mi blocca indicandomi un pulsante per ritirare il mio biglietto con il numero. Lo ricambio con uno sguardo di intesa, come per dire “grazie amico ma non c’è nessuno in fila, non mi serve il numero”. L’addetto ricambia il mio sguardo indicando il numerino.

Ora che finalmente sono il numero 12, mi avvio allo sportello dove un cerchio arancione luminoso sul pavimento indica il luogo esatto dove mi devo recare per chiedere la mia informazione.

L’impiegata che vi ho introdotto poche righe sopra mi chiede il numero, ma appena glielo porgo perde la pazienza facendomi notare che il suo sportello indica il numero 11 e non 12. Basito, le faccio notare che sono l’unico aspirante passeggero presente, ma mi avvio comunque in ritirata vista la sua determinazione. A questo punto mi intima di non andarmene, evidentemente decide che anche se non sono il numero 11 può comunque vendermi un biglietto.

La sua stima nei miei confronti deve proprio essere bassina dal momento che quando le dico che voglio andare a Colonia mi risponde col tono che alcuni rivolgono ai dementi: “Dove in Polonia?”.

Un’ultima crisi, prima di avere il biglietto nelle mie mani: la mia carta di credito non è firmata, ma sono fortunato – “Avrei potuto non accettare il pagamento”, mi fa notare. La saluto come si saluta una persona stressata che non si vuole spazientire ulteriormente e me ne vado verso il mio treno.

Grande bordata morale:

Ora, tutti abbiamo dei ricordi personali simili, e veramente la violenza della tecno-burocrazia è quasi vero e proprio un topos letterario.

Ma dal momento che è un problema così tipico, perché non facciamo nulla per risolverlo? Notate che la volontà di chi ha rinnovato la stazione era sicuramente quella di creare un ambiente più bello esteticamente e più funzionale.Chi di noi non vede nel numerino un evidente progresso che ci evita di accalcarci in file evitabili?

Eppure tanto il design, che la tecnologia hanno fallito nel tentativo di produrre una stazione in grado di ridurre le tensioni di passeggeri frettolosi e dipendenti stressati.

La mia opinione è che bisognerebbe riconosce al lavoro di sportello uno status di lavoro logorante. Forse basterebbe semplicemente aumentare le pause, non ho la risposta in tasca.

Sicuramente a tutti fa bene ricordare che dietro gli sportelli ci sono persone che fanno un lavoro sempre meno utile, minacciato dai sotfware. E non deve essere una sfida gradevole.

Insomma più tolleranza verso i mostri che vi maltrattano da dietro un vetro.


Sempre in forma con il nazionalismo serbo

Luglio 30, 2008

Muscoli tonici e in allenamento con il metodo Genocide!

Foto: protesta contro l’arresto di Karadzic. via | ansa