Arabi, Iraq, libertà, giornalisiti, giuramenti e libri (all in one post)

Febbraio 13, 2007

I told before that I would have wrote in english but I’ll speek in italian ’cause I’m too tired, sorry.

Oggi ho parlato a lungo con Saita, un marocchino che vive in Olanda da molti anni la cui cifra comportamentale è quella di sorridere a tutto e dire che tutto e’ “very nice”.

Oggi l’ho visto per la prima volta parlare con concitazione, quasi spiritato direi, nel momento in cui la discussione è arrivata al tema Iraq. Sembrava quasi non riuscisse a resistere dal replicare i gesti con cui descriveva le immagini che tutti i media hanno dato degli sfondamenti delle porte, delle perquisizioni delle case civili, dei mitra puntati contro gente inerme. Pensavo a quelle immagini che avevamo visto entrambi, che abbiamo visto tutti, su Tv diverse ma uguali in tutto il mondo.

Ecco cosa si intende quando si parla di immaginario collettivo, ho pensato. Ma soprattutto ho pensato alla differenza di carica emotiva possono suscitare quelle immagini viste da un arabo piuttosto che viste da un Europeo come me. E non c’è dubbio che il tasso di shock è completamente diverso.

In ogni caso, scusate se salto di palo in frasca, l’aspetto piu’ rilevante della nostra discussione e’ stato che alla fine di tutto l’idea che piu’ ci ha convinto maggiormente entrambi, molto di piu’ dell’idea che la jihad e la politica di Bush sono egualmente condannabili (giudizio che Saita esprime a parole ma non con il cuore), è la necessita’ della lotta alla corruzione. Questo, chiaramente, e’ un tema sempre importante. Ma per i paesi islamici lo e’ ancora di piu’ dato che vivono con tassi di corruzione estremamente piu’ alti che in Europa.

Lasciando il tavolo della discussione mi ha seguito un pensiero corollario al problema della trasparenza e cioe’ sul senso profondo della liberta’ di stampa e di espressione in generale. Il problema di questo tipo di stati d’animo e’ che sono banali, certo, ma sono obiettivi per nulla scontati. Come giornalista dovrei sentire il peso morale di questa liberta’, di cui in qualche misura sono anche io garante. L’Ordine che mi ha conferito il tesserino che porto in tasca dovrebbe secondo me incarnare lo spirito di questa liberta’.

Purtroppo non e’ cosi’ e mi piacerebbe tantissimo che esistesse addirittura un giuramento per i giornalisti a difesa della liberta’. I medici ad esempio hanno un loro giuramento (gli avvocati non so). Peccato che l’Ordine a cui appartengo non sia che una pallida corporazione che nemmeno sa difendere gli interessi particolari di cui si ostina a farsi carico.

Ok, scusate, ho scritto di troppe cose tutte insieme. Per conclure questo mix, vi segnalo un libro consigliato da Shylock che comprero’ in settimana:

“Murder in Amsterdam: The Death of Theo Van Gogh and the Limits of Tolerance “(Penguin USA, 2006)

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