Con svariati anni di ritardo ho visto Gummo, rinomato film di Harmony Korine (lo sceneggiatore di Kids). Mi è piaciuto sì e no, e me ne sono fatto un giudizio doppio e abbastanza netto. E’ un film patinato ma allo stesso tempo profondo, superficiale e decorativo eppure intuitivo e poetico.
A voler esser cattivi, lo si potrebbe liquidare come film confezionato per diventare culto ai party universitari. Pretenzioso, alternativo nella misura in cui è portatore di un’estetica originale, ma autoreferenziale, pittato e in fondo carnevalesco nelle trovate più visionarie, come il bambino coniglio.
Inutile perdere tempo a cercare simbolismi, la cultura visiva è quella debordante del magazine lifestyle, fatta di esagerazioni che non cercano giustificazione.
Come dicevo però, questo appena descritto non è che il primo strato del film, la carta con cui è confezionato e viene venduto.
Sotto c’è qualcosa di più di un regista fighetto e introverso che pretende di farsi apprezzare senza esporsi ed essere se stesso. Al di là del manierismo e il glam pseudotutto, c’è una sensibilità vera, turbata e turbante, acerba e in parte inconsapevole.
Ecco allora tutto lo scenario postdisastro di un tornado che non ha solo distrutto i muri delle case, ma anche i muri mentali che contenevano la abnormità degli abitanti della cittadina di provincia in cui è ambientato il film.
E’ un’America profonda, deviata, morbosa, ma disperatamente e irriducibilmente umana (a tratti mi ha ricordato Freaks di Tod Browning).
Un’ultima osservazione sul modo in cui viene proposta la violenza. E’ un film violento, non c’è che dire, ma la violenza finisce di venire rappresentata nell’atto di compiersi senza mostrarne le conseguenze (i fratelli che si picchiano in faccia e continuano a ridere, il bambino coniglio “ammazzato” con pistole giocattolo che sparano a salve, il giornalista di gossip molestatore, ecc). Unica eccezione, la violenza contro gli animali: i gatti vengono trucidati e mostrati sino alla sovraesposizione.
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