Chi sente il bisogno di tenere un diario, generalmente, non lo fa per spirito archivistico, ma per un bisogno spirituale. Il tempo che passa e che, in un certo senso, sparisce, può lasciare, infatti, il cuore turbato.
Nel diario, di questo tempo andato, se ne dà una sepoltura. Io chiamo questa attività il “funerale della realtà”. Un rito di separazione, ricordo e immortalità. Scrivendo ci liberiamo del passato, lo trasformiamo in periodo, che seppelliamo fra pagine che, in genere, non sentiamo il bisogno di leggere.
Chi scrive sa che la gioia del diario è spesso finire la prima stesura, per poi guardarsi intorno cogliendo il mondo, rigenerato, che a volte sembra di vedere come se fosse la prima volta.

