Quando una foto diventa virale

Ho notato che la viralità ha delle conseguenze che seguono pattern ricorrenti che innescano ulteriore viralità. Quello che mi colpisce di più è il metadibattito che inevitabilmente parte a suon battente. Il caso di Koney2012 fu eclatante: tutti si sentirono in dovere di emettere il proprio verdetto per decidere se il video di Koney fosse “ok” o no. Nella maggior parte dei casi si trattava di stroncature feroci (provenienti per lo più da campaigner che parevano alquanto frustrati). Il caso della foto di Aylan ha seguito lo stesso copione e non si contanto i giornalisti che hanno sentito il dovere di prendere le distanze da quelli che hanno pubblicato le foto di Aylan sulla loro bacheca di Facebook. La mia impressione è anche qui che si tratti di snobismo, timore, frustrazione: i gioralisti siamo noi, e solo noi possiamo propinarvi immagini ripugnanti quando decidiamo che serve un cazzotto nello stomaco per smuovere l’opinione pubblica. Voi dovete stare su Facebook a farvi i selfie, così noi possiamo scrivere che state sempre su Facebook a farvi i selfie ed è per questo che non leggete i nostri preziosi articoli sul medioriente. Nessuno ha notato quanto è stato straordinario e commovente che nelle bacheche di Facebook, anche se per un solo giorno, sia entrato il mondo, quello vero, e che per un giorno la gente comune si è commossa per una tragedia che per cinque lunghi anni non ha interessato l’opinione pubblica. Ha ragione il padre di Aylan che ha detto che quella foto non gli ridarà il figlio ma che potrà servire affinché non ci siano altri Aylan morti in quel modo così atroce.

Basta aver studiato pochino per capire che le persone hanno bisogno di simboli e di totem per poter orientarsi, ma quei giornalisti che criticano la viralità, e che ricordano tanto gli apocaliticci di Umberto Eco, sono troppo assorti nel loro intimissimo tentativo di difendere la propria immagine di mandarini dell’informazione per scomodare le categorie di base della psicologia umana.

Qui invece, che non siamo ne’ apocalittici ne’ integrati, preferiamo domandarci quali siano tecniche da usare per levereggiare il successo di questi rari tsunami di viralità per creare più consapevolezza, più mobilitazione, più impatto.

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